Non ci sono articoli nel tuo carrello.
Descrizione Prodotto
Il centone virgiliano Versus ad gratiam Domini sive Tityrus, attribuito a Pomponio e databile con buona approssimazione tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, è un carme bucolico di argomento cristiano, che in quanto tale rappresenta un unicum nel corpus dei Vergiliocentones.
L’originalità del poema, cui è doveroso riconoscere un certo pregio artistico, risiede principalmente nel suo carattere ‘eclettico’, dovuto alla confluenza e all’interazione di molteplici fonti letterarie: l’opera di Virgilio, che fornisce all’imitatore la materia prima (i versi e gli emistichi; l’impianto strutturale; l’ambientazione pastorale; l’impronta didascalica e catechetica; il tono di ascendenza epica; gli orizzonti semantici); le Sacre Scritture, che orientano il processo di rilettura in chiave cristiana; il centone di Proba, che funge da intermediario fra il testo biblico e il modello virgiliano; la produzione cristiana tardo-antica, che interviene al livello puramente lessicale o investe, più di rado, la sfera concettuale.
Un ulteriore elemento di novità distingue i Versus ad gratiam Domini dalla poesia religiosa coeva: oltre a configurarsi come un illustre esempio di ‘bucolica cristiana’, essi potrebbero costituire l’archetipo della cosiddetta ‘ecloga spirituale’, un genere destinato a godere di ampio successo in età carolingia, che innesta sul solco delle forme arcadiche tradizionali una forte componente di meditazione interiore. In questa prospettiva, l’opera di Pomponio segna il raggiungimento di un compromesso fra tradizione e innovazione, innescando un doppio gioco di rimandi allusivi tipico, più in generale, dei centoni cristiani: in superficie, infatti, i materiali virgiliani riaffiorano attraverso l’imitatio e l’aemulatio, rivelando l’ingente debito nei confronti dell’ipotesto; in profondità, invece, il patrimonio classico si piega ad esprimere i contenuti della nuova fede, sancendo nettamente il distacco dalla cultura pagana. Un esito quasi paradossale, spiegabile alla luce delle tante contraddizioni della tarda latinità, nella quale si inscrive la ‘leggenda cristiana’ di Virgilio.
Carmen Arcidiacono, docente di Materie letterarie, Latino e Greco nei licei classici, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in “Filologia greca e latina” presso l’Università degli Studi di Catania” e collabora attualmente con le Cattedre di “Lingua e Letteratura latina” e di “Lingua latina” del medesimo Ateneo, svolgendo attività didattica e di ricerca. I suoi studi, di carattere linguistico-letterario, filologico ed esegetico, includono un contributo sulle citazioni omeriche nell’opera di Cicerone («Sileno» 33, 2007 [= “Studi Salanitro”], 1-42), ma si rivolgono principalmente ai Vergiliocentones, puntando a favorirne una graduale rivalutazione nel panorama culturale dell’età tardo-antica.
L’originalità del poema, cui è doveroso riconoscere un certo pregio artistico, risiede principalmente nel suo carattere ‘eclettico’, dovuto alla confluenza e all’interazione di molteplici fonti letterarie: l’opera di Virgilio, che fornisce all’imitatore la materia prima (i versi e gli emistichi; l’impianto strutturale; l’ambientazione pastorale; l’impronta didascalica e catechetica; il tono di ascendenza epica; gli orizzonti semantici); le Sacre Scritture, che orientano il processo di rilettura in chiave cristiana; il centone di Proba, che funge da intermediario fra il testo biblico e il modello virgiliano; la produzione cristiana tardo-antica, che interviene al livello puramente lessicale o investe, più di rado, la sfera concettuale.
Un ulteriore elemento di novità distingue i Versus ad gratiam Domini dalla poesia religiosa coeva: oltre a configurarsi come un illustre esempio di ‘bucolica cristiana’, essi potrebbero costituire l’archetipo della cosiddetta ‘ecloga spirituale’, un genere destinato a godere di ampio successo in età carolingia, che innesta sul solco delle forme arcadiche tradizionali una forte componente di meditazione interiore. In questa prospettiva, l’opera di Pomponio segna il raggiungimento di un compromesso fra tradizione e innovazione, innescando un doppio gioco di rimandi allusivi tipico, più in generale, dei centoni cristiani: in superficie, infatti, i materiali virgiliani riaffiorano attraverso l’imitatio e l’aemulatio, rivelando l’ingente debito nei confronti dell’ipotesto; in profondità, invece, il patrimonio classico si piega ad esprimere i contenuti della nuova fede, sancendo nettamente il distacco dalla cultura pagana. Un esito quasi paradossale, spiegabile alla luce delle tante contraddizioni della tarda latinità, nella quale si inscrive la ‘leggenda cristiana’ di Virgilio.
Carmen Arcidiacono, docente di Materie letterarie, Latino e Greco nei licei classici, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in “Filologia greca e latina” presso l’Università degli Studi di Catania” e collabora attualmente con le Cattedre di “Lingua e Letteratura latina” e di “Lingua latina” del medesimo Ateneo, svolgendo attività didattica e di ricerca. I suoi studi, di carattere linguistico-letterario, filologico ed esegetico, includono un contributo sulle citazioni omeriche nell’opera di Cicerone («Sileno» 33, 2007 [= “Studi Salanitro”], 1-42), ma si rivolgono principalmente ai Vergiliocentones, puntando a favorirne una graduale rivalutazione nel panorama culturale dell’età tardo-antica.
Informazioni Aggiuntive
| Collana | Culture Antiche. Studi e testi ISSN 1824-243X |
| Numero in collana | 24 |
| Sottocategoria | Letterature antiche |
| Autore | Carmen Arcidiacono |
| Anno | 2011 |
| Pagine | 388 |
| Isbn | 978-88-6274-294-8 |
Libri nella stessa collana
Libri nella stessa sottocategoria

































































































